Depressione

Depressione

DEPRESSIONE

CHE COS’E’ LA DEPRESSIONE ?

La DEPRESSIONE è un’alterazione del tono dell’umore caratterizzata da un senso di tristezza continuo e pervasivo, da una mancanza di fiducia nel futuro e nelle proprie possibilità, dalla certezza che nessuno ci potrà aiutare. Per distinguerla dalla tristezza occorre che queste sensazioni non siano episodiche, ma compaiano stabilmente. Ma non solo: per fare diagnosi di depressione occorre una caduta o flessione marcata del tono dell’umore per la maggior parte della giornata, per un periodo che può andare da un minimo di due settimane a molti mesi, talvolta anni. Nella maggior parte dei casi la depressione sorge a seguito di un evento infausto: un lutto, un licenziamento senza preavviso, un abbandono traumatico.

EPIDEMIOLOGIA DELLA DEPRESSIONE

Il disturbo depressivo è la malattia mentale più diffusa e le percentuali di prevalenza del disturbo, per un periodo superiore ai 12 mesi, oscillano dal 2.6% – 12.7% negli uomini e tra  7% – 21% nelle donne.

COME NASCE LA DEPRESSIONE?

Ci sono molte diverse teorie rispetto alla depressione, anche se è ormai universalmente riconosciuto un modello multifattoriale in cui ad una predisposizione di origine familiare e genetica si uniscono fattori prettamente psicologici, legati sostanzialmente ad una scarsa stima di sé stessi.

Questa bassa autostima può essere dovuta in alcuni casi a veri e propri traumi subiti da piccoli, perché un contesto di violenze, abusi o deprivazioni può facilmente portare il bambino a non percepire il proprio valore di persona e a non sentire di meritare di essere amato semplicemente per il fatto di esistere.
Tipicamente il depresso fa infatti dipendere la propria autostima dall’esterno invece che dall’interno, ha un costante e insaziabile bisogno di conferme dagli altri e pur di ottenerle sacrifica i propri bisogni più profondi sentendosi così in realtà sempre più insoddisfatto.

LE CAUSE DELLA DEPRESSIONE

Non esiste una causa unica della depressione: alla base del disturbo vi sarebbero diversi fattori di tipo biologico, ambientale e psicologico.

Alcuni studi hanno dimostrato che vi è una componente genetica (fattori biologici) che può favorire o meno lo sviluppo di un quadro depressivo. Una certa tendenza alla depressione, quindi, può essere ereditaria. I soli fattori biologici, tuttavia, non spiegano lo sviluppo della patologia. Dalle ricerche scientifiche emerge, infatti, che se un gemello è depresso, l’altro gemello, dotato dello stesso corredo genetico, ha una probabilità di sviluppare sintomi depressivi del 50-70%, non del 100%.
Tra gli altri fattori che possono influenzare lo sviluppo di un quadro depressivo ci sono quelli ambientali: l’educazione ricevuta, gli eventi vissuti all’interno della famiglia e quelli vissuti fuori della famiglia (es. esperienze scolastiche e con gli amici). In particolare, sembra che alcune esperienze precoci negative possano facilitare lo sviluppo di una vulnerabilità acquisita alla depressione e un senso di mancanza di speranza verso il futuro. Ad esempio, chi ha perso la madre prima dei tredici anni di età sembra abbia più probabilità di sviluppare questo disturbo. Alcune situazioni stressanti, inoltre, contribuirebbero sia a scatenare, che a mantenere nel tempo i sintomi depressivi. Tra questi fattori di rischio e di mantenimento, i principali risultano:

– perdite importanti (es. perdere il lavoro, un’amicizia, il partner);

– diminuzione delle attività gratificanti (es. svolgere un lavoro che piace di meno rispetto a quello   precedente);

– mancanza di relazioni sociali (es. trasferirsi in una città dove non si conosce nessuno);

– richieste nuove dell’ambiente esterno (es. cambiare mansione lavorativa, diventare genitore);

– problemi di gestione della propria vita (es. essere disoccupato, avere problemi economici).

I sintomi depressivi, infine, possono derivare anche dal continuo contatto con situazioni dove è impossibile controllare l’esito degli eventi. In questi casi possiamo sentirci tristi, stanchi, senza più alcun interesse e senza speranza perché abbiamo appreso che in alcun modo il nostro comportamento può influire sugli eventi, che non ci è possibile migliorare le cose, che gli eventi negativi sono incontrollabili. Interpretazioni di questo tipo possono verificarsi in presenza di esperienze frustranti transitorie (es. difficoltà lavorative, crisi in relazioni significative) o di circostanze di vita continuativamente sfavorevoli (es. aver perso un genitore in tenera età, avere un figlio disabile, prendersi cura di persone anziane affette da demenza).

Le cause elencate, tuttavia, non costituiscono dei fattori che necessariamente provocano la depressione. Nell’insorgenza del quadro depressivo, infatti, riveste un ruolo cruciale il modo in cui la persona interpreta gli eventi e mobilita le risorse per far fronte ad essi (fattori psicologici). Ad esempio, si può perdere una persona cara e, dopo un periodo iniziale di sofferenza, reagire all’evento aumentando i comportamenti di autocura, migliorando le proprie relazioni interpersonali e definendo nuovi obiettivi personali. Al contrario si può pretendere da se stessi comportamenti perfetti, rimproverarsi in modo eccessivo per piccoli errori e autopunirsi, favorendo, così, il mantenimento dell’umore depresso.

Sentirsi depressi significa vedere il mondo attraverso degli occhiali con delle lenti scure: tutto sembra più opaco e difficile da affrontare, anche alzarsi dal letto al mattino o fare una doccia.

Molte persone depresse hanno la sensazione che gli altri non possano comprendere il proprio stato d’animo e che siano ottimisti inutilmente. Più specificamente, la depressione si manifesta attraverso parecchi sintomi di tipo fisico, emotivo, comportamentale e cognitivo.

QUALI SONO I SINTOMI DELLA DEPRESSIONE?

I sintomi fisici più comuni sono la perdita di energie, il senso di fatica, i disturbi della concentrazione e della memoria, l’agitazione motoria ed il nervosismo, la perdita o l’aumento di peso, i disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), la mancanza di desiderio sessuale, i dolori fisici, il senso di nausea, la visione offuscata, l’eccessiva sudorazione, il senso di stordimento, l’accelerazione del battito cardiaco e le vampate di calore o i brividi di freddo.

Le emozioni tipiche sperimentate da chi è depresso sono la tristezza, l’angoscia, la disperazione, il senso di colpa, il vuoto, la mancanza di speranza nel futuro, la perdita di interesse per qualsiasi attività, l’irritabilità e l’ansia.

I principali sintomi comportamentali invece, risultano la riduzione delle attività quotidiane, la difficoltà nel prendere decisioni e nel risolvere i problemi, l’evitamento delle persone e l’isolamento sociale, i comportamenti passivi, la riduzione dell’attività sessuale e i tentativi di suicidio.
Le persone che soffrono di depressione, inoltre, presentano un modo di pensare caratterizzato da regole o “filosofie di vita” disadattive, aspettative irrealistiche e pensieri spontanei negativi su se stessi, sul mondo e sul futuro (sintomi cognitivi).

 

IL TRATTAMENTO DELLA DEPRESSIONE

Negli ultimi anni sono stati individuati diversi tipi di trattamenti per la cura della depressione. Dagli studi scientifici emerge che attualmente le cure più efficaci per la depressione sono il trattamento farmacologico e la psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Il trattamento farmacologico della depressione si rivela cruciale soprattutto nei casi in cui il disturbo si presenta in forma grave. La scelta del farmaco dipende da: effetti collaterali (secchezza della bocca, stitichezza, vertigini, sonnolenza, aumento peso, tachicardia, difficoltà di memoria, riduzione della libido, annebbiamento vista), maggiore o minore risposta a trattamenti precedenti, eventuale presenza di altre malattie, costo economico.

Spesso i pazienti non seguono le prescrizioni nei dosaggi e nei tempi di somministrazione, una volta smesso il farmaco non sembra garantire una efficacia significativa nella riduzione del rischio di ricaduta. I farmaci antidepressivi, usati per lungo tempo, possono presentare un effetto di sensibilizzazione alla depressione stessa.

All’inizio del trattamento i metodi comportamentali danno risultati migliori rispetto agli interventi cognitivi, poiché i depressi presentano difficoltà di attenzione, concentrazione e memoria. L’obiettivo delle tecniche comportamentali è di aumentare il livello di attività della persona, partendo da quanto fa attualmente durante la settimana, modificare il concetto negativo di sé intaccando il circolo vizioso di mantenimento dei sintomi che aggravano la condizione di depressione: passività, faticabilità, demotivazione, mancanza di piacere, pensieri negativi, umore depresso.

La cura della depressione, quindi, invita la persona a riprendere gradualmente le attività che sono state abbandonate, magari cominciando da quelle più piacevoli, a sviluppare comportamenti più funzionali per risolvere i propri problemi, a pensare in modo più equilibrato e razionale.

Secondo l’approccio cognitivista, i pensieri e le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro hanno un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento della depressione. Nella cura di questo disturbo, dunque, la terapia cognitivo-comportamentale si focalizza soprattutto sui modi in cui il soggetto interpreta gli eventi che accadono, vi reagisce e valuta sé stesso. Il terapeuta cognitivista si propone di aiutare il paziente ad identificare e modificare i pensieri e le convinzioni negative che ha su se stesso, sul mondo e sul futuro, ricorrendo a numerose e specifiche tecniche cognitivo-comportamentali. Il cambiamento nel modo di pensare porterà ad una regolazione del tono dell’umore e a modificazioni dei sintomi, che a loro volta influiranno positivamente sui pensieri. In modo simile, la modificazione di alcuni comportamenti problematici (es. isolamento sociale) avrà un effetto benefico sui pensieri e sulle emozioni della persona. In questo modo è possibile interrompere i circoli viziosi che mantengono la depressione nel tempo.

Le future oscillazioni del tono dell’umore e i futuri periodi di tristezza vanno inquadrati come fenomeni normali, da interpretare come un’opportunità per mettere in pratica le strategie apprese nel corso del trattamento. Le ricadute avvengono con maggior frequenza dopo trattamenti discontinui o interrotti precocemente, per questo è necessario proseguire il trattamento anche dopo la remissione dei sintomi al fine di evitare il rischio di ricaduta. La percentuale più alta si ha nei 6 mesi successivi alla guarigione. Più episodi pregressi presenta la persona più è alta la sua vulnerabilità alla ricaduta. A tal fine, per la prevenzione delle ricadute è necessario intervenire con:

– Compassion Therapy

– Mindfulness  Based Cognitive Therapy

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